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messaggio originale:
e.mail seguita all'invito di interagire con "rischio economia"
da valerio bertello - torino, 18 settembre 2008
1. la transizione
“esiste ancora la classe operaia?”
piuttosto che di classe operaia, che è solo una delle forme storiche transitorie assunte
dal proletariato, occorre parlare appunto di proletariato, o classe dei produttori
salariati. In passato infatti, con la prima rivoluzione industriale, il proletariato
aveva assunto la figura dell’operaio di mestiere, poi, con la seconda rivoluzione
industriale, quella dell’operaio generico e dell’impiegato, ora abbiamo il tecnico. Il
primo corrisponde alla manifattura, il secondo alla grande industria, l’ultimo
all’attuale globalizzazione, cioè alle multinazionali monopolistiche. E’ chiaro che nel
capitale il proletariato esiste sempre, ed esisterà fintanto che esisterà il capitalismo,
pur assumendo figure diverse.
Quanto alla nuova classe operaia che con la globalizzazione si sta sviluppando nel terzo
mondo, essa non può essere oggi identica alla classe operaia di ieri, ma neppure identica
al nuovo proletariato che è recentemente apparso nelle aree di antico sviluppo. Quale
sia il suo ruolo è una questione aperta, che si gioca tutta nella tensione tra i due
aspetti che in essa coesistono.
“Molta della produzione industriale meno redditizia … è stata da tempo trasferita nei
paesi di cosiddetto ‘nuovo sviluppo’. A determinare questa situazione sono state due
spinte … la prima … dal profitto, la seconda con … il proposito di creare le condizioni
per una transizione ...”
Questi due fattori sono le due facce di una stessa realtà. La società capitalistica è
essenzialmente contrattualistica, cioè fondata su accordi stipulati fra individui
formalmente indipendenti. Non è una società autoritaria di tipo feudale. Quindi il
riformismo mediatore è parte integrante della sua struttura, così come lo è la democrazia
rappresentativa. Naturalmente si tratta di una apparenza ideologica, perché esiste un
controllo sociale esercitato dalla borghesia attraverso i meccanismi impersonali del
mercato, fondati sulla proprietà privata e le transazioni contrattuali tra proprietari,
cioè sull’individualismo.
“… ogni tipo di transizione necessita di tempo … L’importante è che si tenga conto delle
priorità e di un orizzonte che dia senso a ciò che si sta facendo.”
Il discorso è condivisibile solo se ci si pone in una posizione di critica pratica
radicale del capitale. Se invece ci si colloca nell’ottica del riformismo questo è un
discorso consolatorio. Occorre distinguere tra discorso teorico, cioè storico, e discorso
politico. Poiché il riformismo pone il superamento del capitalismo in un futuro
indeterminato, il suo discorso è storico, non politico, e quando lo pone come tale compie
un errore di metodo, non sempre in buona fede. Infatti la prassi politica si fa sul
presente, negando in linea di principio il capitale, cioè considerandolo senza illusioni
e mediazioni per quello che è, cioè la negazione pura e semplice del proletariato. E
considerandolo qualcosa con cui sono possibili solo rapporti di forza, che vanno esperiti
fino in fondo prima di arrivare ad una tregua, cioè ad una situazione di equilibrio
temporaneo. Solo così il discorso storico può realizzarsi, poiché il vero motore della
storia è la lotta di classe. Da ogni altro punto di vista il discorso storico diviene
consolatorio, cioè un discorso che giustifica il sacrificio del presente in nome di una
ricompensa indeterminata posta in un futuro incerto, ideologia che costituisce la
laicizzazione e la realizzazione in questo mondo della redenzione cristiana. Ma il
riformismo oggi non fa neppure più questo discorso, ponendosi esplicitamente come parte
organica del capitale, come istituzione adibita alla vendita della forza lavoro al suo
prezzo di mercato. E nient’altro. Cioè, coerentemente non fa più promesse che il capitale
ovviamente non può mantenere.
2. una prospettiva culturale differente
“… se sia l’idea, il pensiero, a produrre la realtà concreta o la realtà concreta a
consentire l’emergere di un determinato pensiero.”
La sovrastruttura, quindi anche il pensiero, è determinata dalla struttura, cioè dai
rapporti di produzione. Quindi il pensiero dominante è quello relativo ai rapporti di
produzione in quanto rapporti di dominio, è il pensiero della classe che domina in tali
rapporti, la borghesia. Ma tali rapporti sono contraddittori, quindi perennemente in crisi
ed in tale misura possono esprimere un pensiero che li confuta e li nega come rapporti di
dominio. Pertanto la materialità dei rapporti di produzione può negare se stessa e
produrre la lotta di classe, contestualmente ad un pensiero che esprima tale negazione.
Ma in che cosa tali rapporti si contraddicono, cioè la loro stessa esistenza mette in
crisi se stessi? Qui sta il problema fondamentale della teoria, e solo risolvendolo essa
è tale. Sono state descritte varie contraddizioni, economiche e sovrastrutturali, che
hanno prodotto molte teorie della crisi. Ma tutte possono essere ricondotte ad una stessa
contraddizione fondamentale, quella tra carattere sociale della produzione e quello
privato del consumo.
3. la divisione del lavoro tra lavoro intellettuale e materiale.
La divisione del lavoro è di gran lunga la più grande delle forze produttive, quella del
lavoro sociale. Ma il capitale retribuisce i singoli lavoratori, non il lavoratore
collettivo (anche se formalmente esistono i contratti collettivi; infatti non esiste un
reddito minimo garantito come diritto), del quale si appropria gratuitamente della sua
forza produttiva. Cioè non riconosce il lavoro sociale, creando gerarchie artificiose tra
i lavoratori, in modo che anch’essi non si riconoscano come collettivo e si pongano come
tale di fronte al capitale. Nel mondo della globalizzazione, cioè della divisione del
lavoro planetaria, è assurdo stabilire una gerarchia nel lavoro, in quanto anche chi non
è direttamente produttivo, anzi soprattutto costoro, contribuiscono alla produttività del
lavoro, perfino lo stesso consumo. Ma il riconoscimento del lavoro come lavoro sociale
sta al di là del capitale.
RE paola zorzi
solo un appunto, utilizzare il termine "proletariato" mi suona come obsoleto. però al di là delle parole capisco cosa intendi dire.
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